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Tradizioni e usanze: il vino nell’antica roma

vino antica romaVieni, signor del vino, / Bacco paffuto, e facci l’occhiolino!”

Non c’è da stupirsi se il dio Bacco era tra le divinità romane più osannate tra i suoi discepoli.

Nell’antica Roma il vino era un elemento centrale non solo durante la convivialità di un pranzo insieme, ma anche come stimolo alla socialità, pubblica e privata.

Gli antichi Romani consideravano il vino un passepartout valido in qualunque situazione. Iniziando dalla tavola, con la bevanda a base di uva onnipresente accanto all’acqua, in più declinazioni per accompagnare pasti diversi.

Non si può parlare, infatti, di un solo vino: per ogni portata, i nobili Romani servivano ai commensali differenti tipi di vino, dai più dolci per gli antipasti e il dessert a vini dal sapore più deciso e forte per accompagnare preparazioni più elaborate a base di carne e di pesce.

Dimentichiamo il sapore odierno del vino. Quello degli antichi Romani subiva sistemi ben diversi di preparazione, filtraggio e invecchiamento, dando vita a vini ricchi di tannini e di residui, molto più aspri e dall’aroma incisivo.

Le tecniche di coltivazione della vite non sono, in verità, di origine realmente romana. I coltivatori ereditarono la coltura del vino dagli Etruschi, per poi rielaborare la preparazione, la fermentazione e il filtraggio dai vicini Greci, anch’essi amanti del mosto d’uva.

Anche tra gli stessi Romani il vino veniva consumato diversamente: mentre i Romani residenti in Italia diluivano il mosto nella proporzione di un bicchiere di vino e tre di acqua, i Galli, insediati nei territori dell’impero tra la Francia e la Spagna, lo consumavano invece puro, raggiungendo prima lo stato di ebbrezza e, spesso, di incoscienza.

Consapevoli degli effetti del vino, nella Repubblica Romana era severamente vietato il consumo di ogni tipologia di vino al di sotto dei 30 anni. Per le donne,  invece, era illegale anche solo assaggiarlo, dando così al vino una connotazione prettamente mascolina e virile.

30 Aprile 2020
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